Archive for giugno 2010

Il tragitto antropologico. Le realtà dell’immaginario sul piano individuale

giugno 13, 2010

Immagine-manifesto sviluppata durante le giornate di lavoro contenente i singoli progetti degli studenti

Questo è il resoconto finale in forma di dialogo del laboratorio sviluppato da Fabio Fornasari nell’ambito del corso Teoria e Pratica dell’immaginario di Laura Gemini.

Laura

Fabio, stavo ripensando ai lavori realizzati dagli studenti del primo anno di CPO. Come constatavo già mentre li facevano e poi durante l’exibition Jseguono un andamento interessante nel complesso che, secondo me, dalla mia prospettiva di osservazione, s’inquadra in un frame abbastanza preciso.
Il primo contenitore è lo spazio. Solo dopo c’è il tempo. La proiezione passato-presente-futuro è importante nella definizione di un vissuto giovanile per cui non è tanto quello che mi intriga quanto, appunto, la spazializzazione dell’immaginario.
Dipenderà dal tipo di lavoro che gli abbiamo chiesto di fare?
In ogni caso tempo e spazio si connettono nella dimensione del viaggio, del transito, del rito di passaggio che qualifica molti dei lavori a cifra “nomade”: valige, automobili, biciclette ma anche percorsi, tragitti, cose da portarsi dietro… mappe. Sì mappe e territori.
Ma anche il rapporto fra provenienza e arrivo, dalla città alla campagna, la terra come archetipo di appartenenza – mi sembrava in certi casi di assistere alla resa in esempio de La metropoli e la vita dello spirito LOL – che mi fa pensare alla localizzazione dell’immaginario. Alla faccia della globalizzazione.
E che dire delle stanze? Addomesticamento dello spazio attraverso la sistemazione delle cose e la loro resa in immagine e in metafora. Diciamolo dai… simbolico.
C’è la dimensione onirica, che non è meno importante per definirci portatori sani – si fa per dire – di immaginario. Il castello che cristallizza la magicità: un’immagine senza immagini, come hai detto tu. Senza dimenticare il corpo. In fondo tutti i lavori non sono che la messa appunto dell’esperienza delle immagini (o per immagini) attraverso il corpo.

Che ne direbbe Warburg, secondo te?

Fabio

Partiamo da questa idea: il lavoro di Warburg, della sua organizzazione degli elementi di studio avviene per prossimità, vicinanze. Lui affianca le tipologie di immagini che contengono simili contenuti. L’ordinamento che usa è immagine di una visione per similitudine. Questo gli permette di costruire strade, percorsi che lo portano a teorizzare quello che sappiamo di lui.
La forma che sceglie per ragionare su questo è appunto quella di tavole che nell’insieme formano Mnemosyne.
Sono delle tavole di lavoro degli spazi delimitati che contengono questo ragionamento per prossimità, che mappano la storia dell’arte e le sue immagini prese DAL tempo e DALLO spazio per offrirgliene uno del tutto nuovo. Dal momento che lui costruisce le sue tavole quelle immagini vengono come riportate a quel momento. Il pensiero iconologico riparte da lì, da quella biblioteca, da Warburg stesso per poi andare oltre, come dice pure Didi-Huberman ne “L’immagine insepolta” (Bollati Boringhieri, Torino, 2002)
Che è un poco quello che abbiamo fatto pure noi. Ho la presunzione di pensare che per quanto sia stato rischioso lavorare sul loro immaginario a qualcosa possa essere servito.
Non  mi sento nemmeno di negare l’idea che sia a tutto titolo un “loro” immaginario nello stesso senso che potremmo dire del nostro che comunque è influenzato da mille rivoli di ragionamenti costruiti su e con discorsi di altri.
Credo che quell’immagine del tavolo e di loro intorno che zampettano con curiosità non possa che rappresentare un nuovo punto 0 per il loro immaginario.
Ha costruito una immagine che credo potrebbe influenzarli in futuro.
Non tutti certamente. Alcuni sono rimasti chiusi in sé stessi e ci hanno mostrato questa difficoltà a relazionarsi con l’ambiente che li circonda.
Certo il castello che hai citato ha una potenza proprio legata a questo lavorare semplicemente sulla parola.
Il tavolo che abbiamo fatto mappa le loro visioni affiancandole tra loro; raggruppa i lavori rendendoli prossimi l’uno con l’altro senza troppo interessarsi di possibili legami.
In qualche modo li ha messi in competizione pur facendogli capire come il loro immaginario è interdipendente da quello dell’ambiente.
Specie se parli di viaggio. Abbiamo visto ad esempio che aver razionalizzato sul proprio mondo ha permesso ad alcuni di metterlo in discussione.
Chi ha lavorato meglio è certamente quello che ha astratto/allontanato dal proprio mondo e lo ha attraversato con curiosità, cercando di capire cosa e come le cose che hanno funzionano fino a lì.
Un poco lo interpreto così il viaggio: essersi allontanati da sé per costruire un sistema visivo per comunicare a l’altro quello che ha visto nel suo percorso di avvicinamento verso il proprio centro.
Questo è stato più forte in chi ha parlato di centro periferia. Lì la spazializzazione è di ordine superiore. C’è il tema dell’essere “fuori centro” ad esempio l’essere con il baricentro instabile.
Un baricentro spostato anche in relazione alla capacità di produrre immagini, cosa alla quale li abbiamo fatto lavorare.
Nel complesso sono stato molto contento, anche perché già dopo la prima lezione e revisione era già chiara l’idea della Tavola degli elementi come forma per sintetizzare il nostro exibit sul loro lavoro.

Laura, credi sia accaduto questo? Oppure è una mia proiezione?

Laura

Sono d’accordo con questa descrizione. Lo scopo, o meglio l’ipotesi iniziale, era quella di osservare l’immaginario individuale e di coglierne i contatti con l’immaginario collettivo. Una questione di contenuti insomma. Poi ho capito che l’aspetto interessante è la mappatura in sé. Non tanto, non sempre le singole operazioni, quanto il tavolo che dà veramente il senso al tutto.

Immagini tratte da mascommunication’s photostream

Progetto Orfeo 2010: obiettivo GIOVANI

giugno 10, 2010

Mara Urriani, laureanda di Cpo, ci racconta l’esperienza che ha fatto per la promozione non convenzionale del festival Orfeo, in collaborazione con alcuni suoi colleghi di studi del corso di laurea.

Il Festival Accademico di Opera e Teatro Musicale: Progetto Orfeo è giunto quest’anno alla seconda edizione che si è svolta a Pesaro dal 23 maggio al 3 giugno. Organizzato dal Conservatorio Statale di Musica “G. Rossini”, il festival costituisce una grande opportunità per gli studenti di esprimersi e collaborare ad una produzione che propone forme diverse di teatro musicale, dall’opera allo spettacolo multimediale, assieme a concerti strumentali e vocali. Inoltre, questa edizione ha impegnato un gruppo di studenti del secondo anno CPO formato da Daniela Geraci, Fabio Andruccioli, Gian Piero Marchisella, Andrea Sanchioni e la sottoscritta, per occuparsi della comunicazione non convenzionale puntando al coinvolgimento di un target giovane, generalmente più distante dal mondo della musica classica e del teatro.

Il maestro Andrea Mazza, professore di Arte Scenica al Conservatorio e direttore artistico dell’evento, ci ha contattati per un briefing in cui ha chiarito gli obiettivi del festival e le caratteristiche di quest’anno: repertorio musicale dedicato a G.B. Pergolesi per il 300° anniversario della nascita (Jesi 1710), convegno sulla violenza contro le donne, Stabat Mater al teatro “Rossini” nella serata conclusiva con Maria, madre alla quale hanno ucciso il figlio, simbolo della violenza nei confronti delle donne nella storia dell’umanità.
Riflettendo sul festival in un pomeriggio di brainstorming, abbiamo deciso di utilizzare Facebook aprendo un profilo falso col nome “Orfeo Ὀρφεύς”, utilizzando strategicamente le tecniche del mistero e dello svelamento, e una pagina ufficiale “Progetto Orfeo”, attraverso la quale curare la comunicazione istituzionale fornendo informazioni sugli appuntamenti del festival e inserendo foto e video degli spettacoli.
Tramite Orfeo, abbiamo provato a contattare quante più persone possibili per coinvolgere tutti i giovani amanti della musica in un flash mob organizzato in Piazza del Popolo domenica 23 maggio alle ore 18. Il titolo che abbiamo deciso di dare all’evento di improvvisazione popolare è “Suona il silenzio”.

Nato dall’idea di eseguire il componimento dello statunitense John Cage, uno dei musicista più rivoluzionari del Novecento, i presenti sono stati impegnati nell’esecuzione di “4’33”, per qualsiasi strumento” di silenzio: un esercizio per sensibilizzare la società all’importanza della musica in attesa della serata inaugurale del festival. L’esecutore, infatti, si annulla e l’opera diventa un evento nel quale tutti sono partecipi, dove ognuno è invitato a creare il proprio pezzo. Ciò che diventa essenziale è dunque l’arte di ascoltare. Si tratta di un invito a soffermarsi sui suoni-rumori che scaturiscono a sorpresa da un pezzo nel quale non viene toccato alcuno strumento. I video, presenti su Youtube e Facebook, sono stati un veicolo per il messaggio: la vita è musica.
Oltre al flash mob, Andrea Sanchioni ha realizzato una locandina per il convegno sulla violenza contro le donne che ha visto coinvolte le scuole secondarie pesaresi e l’associazione Amnesty International, oltre al Comune, la Provincia e il Conservatorio per la sensibilizzazione a questo delicato tema.

Anche se il festival si è concluso, noi continuiamo a comunicare!
Tutti gli interessati e coloro che per varie ragioni non hanno potuto partecipare ma hanno voglia di guardare foto e video degli spettacoli e del flash mob, possono visitare la nostra pagina su Facebook “Progetto Orfeo” o scriverci all’indirizzo orfeorpheus@gmail.com.

Mara G. Urriani


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