Il tragitto antropologico. Le realtà dell’immaginario sul piano individuale

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Immagine-manifesto sviluppata durante le giornate di lavoro contenente i singoli progetti degli studenti

Questo è il resoconto finale in forma di dialogo del laboratorio sviluppato da Fabio Fornasari nell’ambito del corso Teoria e Pratica dell’immaginario di Laura Gemini.

Laura

Fabio, stavo ripensando ai lavori realizzati dagli studenti del primo anno di CPO. Come constatavo già mentre li facevano e poi durante l’exibition Jseguono un andamento interessante nel complesso che, secondo me, dalla mia prospettiva di osservazione, s’inquadra in un frame abbastanza preciso.
Il primo contenitore è lo spazio. Solo dopo c’è il tempo. La proiezione passato-presente-futuro è importante nella definizione di un vissuto giovanile per cui non è tanto quello che mi intriga quanto, appunto, la spazializzazione dell’immaginario.
Dipenderà dal tipo di lavoro che gli abbiamo chiesto di fare?
In ogni caso tempo e spazio si connettono nella dimensione del viaggio, del transito, del rito di passaggio che qualifica molti dei lavori a cifra “nomade”: valige, automobili, biciclette ma anche percorsi, tragitti, cose da portarsi dietro… mappe. Sì mappe e territori.
Ma anche il rapporto fra provenienza e arrivo, dalla città alla campagna, la terra come archetipo di appartenenza – mi sembrava in certi casi di assistere alla resa in esempio de La metropoli e la vita dello spirito LOL – che mi fa pensare alla localizzazione dell’immaginario. Alla faccia della globalizzazione.
E che dire delle stanze? Addomesticamento dello spazio attraverso la sistemazione delle cose e la loro resa in immagine e in metafora. Diciamolo dai… simbolico.
C’è la dimensione onirica, che non è meno importante per definirci portatori sani – si fa per dire – di immaginario. Il castello che cristallizza la magicità: un’immagine senza immagini, come hai detto tu. Senza dimenticare il corpo. In fondo tutti i lavori non sono che la messa appunto dell’esperienza delle immagini (o per immagini) attraverso il corpo.

Che ne direbbe Warburg, secondo te?

Fabio

Partiamo da questa idea: il lavoro di Warburg, della sua organizzazione degli elementi di studio avviene per prossimità, vicinanze. Lui affianca le tipologie di immagini che contengono simili contenuti. L’ordinamento che usa è immagine di una visione per similitudine. Questo gli permette di costruire strade, percorsi che lo portano a teorizzare quello che sappiamo di lui.
La forma che sceglie per ragionare su questo è appunto quella di tavole che nell’insieme formano Mnemosyne.
Sono delle tavole di lavoro degli spazi delimitati che contengono questo ragionamento per prossimità, che mappano la storia dell’arte e le sue immagini prese DAL tempo e DALLO spazio per offrirgliene uno del tutto nuovo. Dal momento che lui costruisce le sue tavole quelle immagini vengono come riportate a quel momento. Il pensiero iconologico riparte da lì, da quella biblioteca, da Warburg stesso per poi andare oltre, come dice pure Didi-Huberman ne “L’immagine insepolta” (Bollati Boringhieri, Torino, 2002)
Che è un poco quello che abbiamo fatto pure noi. Ho la presunzione di pensare che per quanto sia stato rischioso lavorare sul loro immaginario a qualcosa possa essere servito.
Non  mi sento nemmeno di negare l’idea che sia a tutto titolo un “loro” immaginario nello stesso senso che potremmo dire del nostro che comunque è influenzato da mille rivoli di ragionamenti costruiti su e con discorsi di altri.
Credo che quell’immagine del tavolo e di loro intorno che zampettano con curiosità non possa che rappresentare un nuovo punto 0 per il loro immaginario.
Ha costruito una immagine che credo potrebbe influenzarli in futuro.
Non tutti certamente. Alcuni sono rimasti chiusi in sé stessi e ci hanno mostrato questa difficoltà a relazionarsi con l’ambiente che li circonda.
Certo il castello che hai citato ha una potenza proprio legata a questo lavorare semplicemente sulla parola.
Il tavolo che abbiamo fatto mappa le loro visioni affiancandole tra loro; raggruppa i lavori rendendoli prossimi l’uno con l’altro senza troppo interessarsi di possibili legami.
In qualche modo li ha messi in competizione pur facendogli capire come il loro immaginario è interdipendente da quello dell’ambiente.
Specie se parli di viaggio. Abbiamo visto ad esempio che aver razionalizzato sul proprio mondo ha permesso ad alcuni di metterlo in discussione.
Chi ha lavorato meglio è certamente quello che ha astratto/allontanato dal proprio mondo e lo ha attraversato con curiosità, cercando di capire cosa e come le cose che hanno funzionano fino a lì.
Un poco lo interpreto così il viaggio: essersi allontanati da sé per costruire un sistema visivo per comunicare a l’altro quello che ha visto nel suo percorso di avvicinamento verso il proprio centro.
Questo è stato più forte in chi ha parlato di centro periferia. Lì la spazializzazione è di ordine superiore. C’è il tema dell’essere “fuori centro” ad esempio l’essere con il baricentro instabile.
Un baricentro spostato anche in relazione alla capacità di produrre immagini, cosa alla quale li abbiamo fatto lavorare.
Nel complesso sono stato molto contento, anche perché già dopo la prima lezione e revisione era già chiara l’idea della Tavola degli elementi come forma per sintetizzare il nostro exibit sul loro lavoro.

Laura, credi sia accaduto questo? Oppure è una mia proiezione?

Laura

Sono d’accordo con questa descrizione. Lo scopo, o meglio l’ipotesi iniziale, era quella di osservare l’immaginario individuale e di coglierne i contatti con l’immaginario collettivo. Una questione di contenuti insomma. Poi ho capito che l’aspetto interessante è la mappatura in sé. Non tanto, non sempre le singole operazioni, quanto il tavolo che dà veramente il senso al tutto.

Immagini tratte da mascommunication’s photostream

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