Archive for the ‘attività Cpo’ Category

STUDENTI A PROVA DI QUARANTENA

agosto 19, 2020

#URBINOCOMECASA

Vi siete chiesti come sarebbe stato se invece di tornare a casa foste rimasti a Urbino per tutta la quarantena?

Fra senso di responsabilità e nostalgia

È noto a tutti come i casi di Covid-19 nel nostro paese siano esplosi nel giro di poco, il 7 marzo 2020 la provincia di Pesaro e Urbino è diventata zona rossa con il divieto ufficiale di entrare e di uscire. Alcuni miei colleghi di fronte a questa notizia, nonostante le preoccupazioni, hanno coscientemente deciso di non lasciare Urbino. Come leggeremo dai racconti l’emergenza ha fatto emergere in loro un forte senso civico e di responsabilità, soprattutto nei confronti del proprio mondo vicino, famigliari in primis. Nessuno di loro immaginava che questa situazione sarebbe durata a lungo. L’opportunità di fermarsi a Urbino, mantenendo i ritmi della vita da studente e la concentrazione per studiare, è il movente principale per chi è restato. La lontananza da casa, però, si è fatta più dura durante le vacanze pasquali, momento in cui gli studenti sono soliti tornare a casa per ricongiungersi con le proprie famiglie. Questi sono stati sicuramente i giorni più difficili, dove la nostalgia è stato il sentimento prevalente ma affrontato grazie alla solidarietà fra colleghi e nel rapporto con i docenti, che non è mai venuto a mancare.

“Sono rimasta ad Urbino perché ho pensato fosse la scelta migliore, non tanto per me (che forse in questo caso mi sarei solo complicata la vita) quanto per i miei genitori. Devo dire che all’inizio la scelta è stata anche facile da un certo punto di vista, poiché notavo come almeno i miei amici più stretti avessero preso la mia stessa decisione quindi in quel caso non mi sono sentita sola. Certo che non pensavo che tutto questo potesse durare mesi. Sinceramente in un primo momento ero sempre più convinta di aver fatto la scelta giusta rimanendo a Urbino e proteggendo la mia famiglia dato che la provincia di Pesaro e Urbino era stata identificata come zona rossa. Le cose sono diventate sempre più difficili quando la maggior parte degli studenti erano tornati dalla propria famiglia e riuscivano a trascorrere un periodo come questo circondati dai proprio cari e soprattutto nella propria casa; ancora più difficile è stato trascorrere le vacanze pasquali ad Urbino, cosa mai successa prima d’ora. Ovviamente se da un lato dovevo cercare di mantenere tranquilla me per evitare di cadere nella nostalgia, dall’altra parte dovevo tranquillizzare i miei genitori che continuavano ad essere in pensiero per la mia situazione” (Marianna D.G., II anno CPO, Corleto Monforte).

Ho deciso di non tornare a casa mia a Salerno onde evitare spiacevoli problemi, sia di salute che economici ai miei genitori. La lontananza da loro è stata dura perché ormai sono 5 mesi che non ci vediamo anche se ci siamo videochiamati e/o chiamati quasi tutti i giorni specialmente durante il primo periodo dell’emergenza sanitaria” (Adolfo D.M., II anno CPO, Salerno).

“Sono rimasto ad Urbino perché il lockdown non mi ha permesso di spostarmi verso casa mia a Battipaglia (SA) dato che la Campania è stata una delle prime regioni a chiudere i confini per contenere il Covid. Anche se sarei potuto scappare come hanno fatto tanti altri prima della definitiva chiusura, cosciente della zona in cui mi trovavo ho preferito evitare per non mettere a rischio i miei familiari, perlopiù mia sorella lavora in ospedale in reparto Covid quindi è stato preferibile evitare di tornare a casa” (Antonio M., II anno CPO, Battipaglia).
Foto di Marianna

Fare/essere comunità

I miei colleghi che hanno trascorso la quarantena a Urbino hanno creato un forte senso di comunità tra loro, aiutandosi l’uno con l’altro e riuscendo in qualche modo a trasmettersi fiducia a vicenda e a sentirsi davvero uniti cercando di trascorrere il tempo nel miglior modo possibile. Attraverso la creazione di una routine di lavoro e studio è stato possibile organizzare il molto tempo a disposizione in modo proficuo. A volte anche con un po’ di spirito di adattamento…

Per spiegare meglio la mia situazione devo fare una piccola premessa. In quei mesi io stavo lavorando per un progetto con un’università americana e quindi vivevo con gli studenti in un hotel nel centro di Urbino. Nel momento in cui gli americani sono dovuti ripartire per tornare a casa a me e il mio collega ci è stato proposto di continuare a vivere nelle nostre stanze d’hotel dato che non avevamo una casa in cui stare. Per chi ascolta questa storia sicuramente sarà stato facile pensare a quanto potesse essere divertente e bello vivere in quel contesto. Ovviamente non è stato così poiché non era permesso utilizzare la cucina del ristorante e avevamo a disposizione solo il bar e un tosta pane prestatoci da un amico. All’inizio è stata una sfida avvincente riuscire a pranzare e cenare con toast, frutta e insalata ma poi il con il tempo, guardando gli altri che in casa davano maggiore sfogo alle loro doti culinarie, iniziavamo a soffrire quella situazione. Per il resto, tornando a casa solo i primi di luglio, devo dire che sono stata anche bene, con il tempo ho ritrovato e riscoperto una nuova routine giornaliera, sapendomi reinventare” (Marianna D.G., II anno CPO, Corleto Monforte).

“Per quanto riguarda la mia quarantena ad Urbino devo dire che tutto sommato è stata piacevole, anche se stare in pochi metri quadrati a volte è stata dura e per questo ogni tanto sono uscito per delle piccole passeggiate, spesso di notte per respirare un po’. Abbiamo creato un senso di solidarietà forte con i colleghi/amici rimasti ad Urbino, trovando in loro una seconda famiglia con la quale affrontare questo momento delicato” (Adolfo D.M., II anno CPO, Salerno).

“Tutto sommato la quarantena l’ho vissuta abbastanza bene poiché ad Urbino ho una casa grande e l’ho condivisa solo con uno dei miei cinque coinquilini, perlopiù amico fraterno” (Antonio M., II anno CPO, Battipaglia).

La didattica a distanza: fra opportunità e mancanza

Come abbiamo già visto, Internet è stato per tutti il pane quotidiano della quarantena, soprattutto per noi studenti, che grazie alla possibilità offerte della rete siamo riusciti a rimanere in contatto tra di noi e continuare a seguire i corsi. La didattica a distanza si è svolta regolarmente sulla piattaforma Moodle già utilizzata dall’Ateneo di Urbino per il blended learning ed è perciò stato possibile svolgere tutte le attività in programma per l’anno accademico. Naturalmente, pur riconoscendo l’importanza di proseguire le lezioni anche a distanza, dalle testimonianze degli studenti è emerso che, soprattutto per i lavori di gruppo, le lezioni in aula sono insostituibili. Il nostro corso di laurea CPO prevede parti laboratoriali basate su lavori di gruppo e questi sono momenti di apprendimento e di crescita importanti basati sulla condivisione e sulla vicinanza che durante l’emergenza sono necessariamente venuti meno. Nonostante l’impegno di docenti e studenti e di continua collaborazione si è sentita la mancanza di quella parte della vita universitaria che a Urbino è molto forte.

“Una scoperta, quella di riuscire a seguire lezioni comodamente dalla propria stanza e, con franchezza, in pigiama. Ma è stato entusiasmante solo per le prime due settimane. Secondo me oltre alla comodità, che non metto in dubbio in quel periodo così difficile, le lezioni online presentano diversi fattori negativi. In primo luogo, il non poter andare in facoltà e seguire la lezione in compagnia è molto meno stimolante, ti ritrovi con il tuo computer, da solo, a seguire lezioni che magari in sede avrebbero permesso lavori di gruppo e dibattiti. Inoltre, lo stare per ore davanti ad uno schermo, l’ennesimo durante il lockdown, è stancante e non sempre si è motivati nello stare attenti e concentrati. Devo dire che sono riuscita Sempre a rimanere in contatto con i colleghi, per fortuna noi del nostro gruppo siamo molto legati. Direi che questo periodo di lockdown ci ha permesso di apprezzare anche un semplice messaggio, una videochiamata. Abbiamo provato a reinventarci pur di non pensare che stavamo trascorrendo il nostro ultimo semestre di magistrale lontani.
Sono certa che se fossimo stati tutti ad Urbino forse non avremmo apprezzato più di tanto quel legame affettivo che abbiamo saputo riscoprire in piena emergenza” (Marianna D.G., II anno CPO, Corleto Monforte).

“Il rapporto con i colleghi è stato quotidiano poiché oggi la maggior parte di loro sono diventati miei amici. Mentre per quanto riguarda la didattica online invece devo dire che se all’inizio vi erano evidenti difficoltà man mano che passava il tempo queste sono andate sempre migliorando sino ad arrivare agli esami online che sono effettivamente una novità assoluta” (Adolfo D.M., II anno CPO, Salerno).

“Grazie a gruppi WhatsApp e videochiamate sulle varie piattaforme sono riuscito a mantenere regolarmente i contatti con i miei colleghi universitari cercando anche di confrontarci sulla didattica online, un mondo inesplorato sul quale ci siamo affacciati a causa della pandemia e che alla fine ha funzionato bene, anche se per una facoltà come CPO con numerosi lavori a progetto è sempre preferibile lavorare insieme allo stesso tavolo più che basarsi sullo smart working” (Antonio M., II anno CPO, Battipaglia).

Ri-pensarsi in lockdown

La quarantena ha dato spazio a idee, pensieri e riflessioni. Se da una parte i lunghi giorni in lockdown sono stati pieni di produttività, un’occasione per scoprire lati di se stessi nascosti o per aprirsi a nuovi interessi, per continuare a studiare e a svolgere le “normali” attività universitarie. Rimanere a Urbino ha significato per i miei colleghi mantenere l’autonomia che la vita universitaria fuori sede permette anche se, come racconta qualcuno, è necessariamente mancata la possibilità di vivere più intensamente e a pieno l’ultimo anno di università, con le sue aspettative, con i suoi rituali.

“D’altra parte, questo periodo ha generato per me entrambi i tipi di lockdown sia produttivo che emotivo, specialmente nelle prime settimane. Poi però qualcosa è cambiato e ho imparato a gestire e scoprire quei lati di me con cui difficilmente venivo contatto. Se c’è qualcosa che ho davvero capito in questo periodo lontana da casa e quasi sempre da sola è stato quello di voler, una volta tornata a casa, fare tesoro di ogni cosa, anche la più semplice. Sembra sicuramente una di quelle frasi retoriche, ma uscire, per una semplice passeggiata immersa nel verde è più di ispirazione rispetto a qualsiasi altra cosa” (Marianna D.G., II anno CPO, Corleto Monforte).

“Questo lockdown mi ha permesso di aprirmi a nuove esperienze digitali le quali devo dire mi hanno affascinato molto. Un aspetto in particolare che ho capito da questo periodo di quarantena e quanto noi siamo legati alle abitudini e molto spesso, quest’ultime, ci abbagliano gli occhi e non ci fanno vedere gli altri milioni di cose che abbiamo e che possiamo fare, conoscere o approfondire” (Adolfo D.M, II anno CPO, Salerno).

Il lockdown ha avuto i suoi risvolti produttivi per quanto riguarda il binge-watching, il gaming e la cucina poiché avendo molto tempo libero cercavo di impegnarlo al meglio. Probabilmente avrei voluto anche una maggior produttività per ciò che riguarda lo studio ma mi rendo conto che questa situazione inattesa mi ha un po’ scoraggiato e smontato la pianificazione di un anno intero, quindi nei primi tempi di lockdown mi sono limitato semplicemente a seguire i corsi e fare le attività assegnate dai docenti poiché la voglia di studiare era poca. In questo caso subentra anche il lato emotivo poiché per molti ragazzi come me questi sarebbero stati gli ultimi mesi di svago prima di affacciarsi sul mondo del lavoro e non abbiamo potuto viverli insieme e in maniera normale. A questo si aggiunge la distanza dalla famiglia che, per quanto sia legato, non ho vissuto malissimo anche perché siamo in un’età dove è bello avere la propria indipendenza e per quanto sia bella l’aria di casa bisogna ammettere che se fossi tornato a casa probabilmente avrei avuto spazi ridotti e abitudini diverse che mi avrebbero portato a implodere nel giro di un paio di settimane, come è successo ad alcuni amici”  (Antonio M., II anno CPO, Battipaglia).
Foto di Antonio

Nella serie di post dedicati alla vita delle studentesse e degli studenti di CPO in quarantena abbiamo potuto vedere come, fondamentalmente, i mesi scorsi siano stati affrontati e gestiti senza cadere nel lockdown emotivo che la situazione di emergenza avrebbe potuto facilmente provocare. Non che non ci siano stati momenti di difficoltà, preoccupazione e nostalgia ma la possibilità di mantenere il contatto con i colleghi e di proseguire le attività universitarie, corsi, laboratori, esami, ha permesso di colmare i vuoti e il senso di perdita di una fase così particolare per la vita di tutti.

Non è la solita campagna di comunicazione: gli studenti CPO costruiscono la nuova narrativa dell’Università di Urbino

luglio 8, 2020

La campagna di comunicazione dell’Ateneo di quest’anno, presentata il 6 luglio in conferenza stampa, segna senza dubbio un “cambio di passo”, sia per i suoi contenuti, sia per le modalità con le quali si è arrivati alla sua ideazione e realizzazione.

Il concept, infatti, è il frutto di un lungo di lavoro di collaborazione tra uno dei creativi italiani che tutti gli studenti dei corsi di pubblicità conoscono (o dovrebbero conoscere), Paolo Iabichino, e un gruppo di studenti del corso di laurea magistrale in Comunicazione e Pubblicità per le Organizzazioni dell’Università di Urbino.

Il percorso è iniziato a ottobre 2019 con un workshop tenuto da Paolo Iabichino con alcuni studenti, organizzato dalla professoressa Lella Mazzoli all’interno del Festival del Giornalismo Culturale, ed è proseguito nel corso dell’inverno coinvolgendo 3 gruppi di studenti che hanno deciso di mettersi in gioco, frequentanti il corso di Comunicazione d’Impresa della professoressa Lella Mazzoli e coordinati dalla professoressa Stefania Antonioni.

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Paolo Iabichino al lavoro con i 3 gruppi di studenti CPO

L’emergenza Covid-19 non ha interrotto questo processo perché i 3 gruppi hanno continuato a lavorare da remoto coordinandosi con i loro supervisor. All’inizio della primavera le idee creative erano ormai diventate progetti comunicativi concreti e ben definiti e ciascun team ha presentato il proprio concept nel corso di una riunione in streaming con il Magnifico Rettore e con lo staff della comunicazione d’Ateneo.

Questa riunione ha decretato il progetto vincitore, scelto per diventare la prima campagna di comunicazione di un’università italiana interamente ideata dagli studenti per gli studenti.

Il gruppo vincitore, composto da Sabrina Banci, Diletta Carbonari, Fabiola Fenili, Elisa Invernizzi, Letizia Kalombo e Massimo Terenzi, ha lavorato sul bisogno di un “Nuovo Umanesimo” e sulla sfida di dare forma attraverso parole e immagini a questo concept così profondo.

Elisa Invernizzi ci racconta come sono riusciti in quest’impresa e qual è stato il valore di quest’esperienza.

“Ragazzi, la campagna di Comunicazione 2020 per l’Università di Urbino sarà la vostra, complimenti!”, leggere queste parole dalla sedia di casa, in solitaria, a chilometri di distanza dai nostri compagni di corso è stata un’esperienza particolarmente emozionante e indimenticabile. A seguire, un fiume di notifiche e messaggi sui nostri smartphone e una chiamata Skype dove i sorrisi prendevano il posto delle parole, che sarebbero stati abbracci se solo non fossimo stati in lockdown. Così, via email, abbiamo saputo che il Rettore e il Team di Ateneo avevano scelto la proposta del nostro “Team Umanesimo”, presentata da Elisa Invernizzi insieme ai colleghi Sabrina Banci, Diletta Carbonari, Fabiola Fenili, Letizia Kalombo e Massimo Terenzi.

Era il 9 aprile 2020 e si concludevano in questo modo i lavori di un workshop iniziato in aula diversi mesi prima. Per noi studenti questa è stata un’esperienza speciale per tanti motivi, primo fra tutti quello di poter incontrare ed essere guidati dalla direzione creativa di Paolo Iabichino, nella realizzazione di “una campagna fatta dagli studenti per gli studenti”, come lui stesso l’ha definita. Insieme abbiamo studiato il brief e subito abbiamo capito che era il momento giusto per innovare la comunicazione istituzionale e posizionare l’Ateneo, per la prima volta, in una nicchia non ancora presidiata da nessun competitor nazionale e valorizzare così l’offerta formativa.

Siamo partiti da un’approfondita benchmark analysis, poi allargata al contesto internazionale, grazie alla quale abbiamo raccolto idee e trend molto interessanti che ci hanno contaminato e ispirato.

Abbiamo sempre tenuto in conto le radici di Urbino, “Città Ideale” per studiare, culla dell’Umanesimo, che si basa su valori chiave che non passano mai di moda, anzi diventano ogni giorno più attuali.

Operativamente, Paolo Iabichino ci ha insegnato un metodo rigoroso per ispirare la scrittura pubblicitaria, dove non si lascia spazio ai cliché, agli stereotipi e alla sterilità estetica ma si dichiara la presa di posizione con un “credo” di asserzioni incisive e oneste, che costruisce il cosiddetto Brand Manifesto.

Superando il concetto di consumer insight, abbiamo quindi individuato una tensione culturale: un tema ampio che appartiene alla collettività, una problematica di tipo culturale che l’Università di Urbino si preoccupa di risolvere.

La nostra campagna tratta dell’urgenza di un Nuovo Umanesimo, legata alla mancanza di valori e all’incertezza, che permeano come mai prima d’ora ogni ambito, passando dal sistema educativo ai singoli cittadini. Una tensione pertinente, credibile e rilevante per consentire all’Università di rivendicare il suo legittimo posto di guida nella società.  Infatti, trattiamo di Umanesimo digitale in un momento di iper-tecnologizzazione imperante e di atrofia culturale. E ancora, parliamo di come i bisogni della persona si esprimano online, dell’equilibrio tra conoscenze specialistiche e trasversali e dell’esigenza di un sapere condiviso in grado di far fronte alla complessità e alla mutazione continua.

Dai nostri brainstorming vorticosi, dalle reference e dalle numerose evidenze abbiamo fatto nascere una campagna che mette in scena la conoscenza e lo studio in un modo inaspettato e disruptive, con un linguaggio conciso e franco. Una campagna tipografica lapidaria, fatta di statement multisoggetto per raccontare come l’obiettivo di questo Ateneo non sia solo quello di formare laureati ma cittadini responsabili.

Per settimane ci siamo impegnati a giocare letteralmente con le parole, per partorire alla fine un lavoro di copywriting di cui andiamo orgogliosi, fatto da headline incisive che catturano l’attenzione chiamando in causa esplicitamente il lettore e di bodycopy che ribaltano inaspettatamente il segno e la convenzione. Infatti, tutto quello che è consuetudine, luogo comune legato all’immaginario universitario e parentale, viene messo in scena, teatralizzato e scardinato grazie a “parole-killer” provocatorie.

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Uno dei soggetti della campagna d’Ateneo di quest’anno

Siamo felici che proprio questa campagna figurerà nel nostro portfolio da neo-pubblicitari, come il primo lavoro che abbiamo davvero pubblicato, perché è stata un’esperienza speciale, conclusa in una situazione emergenziale e che parlava profeticamente, in qualche modo, anche di rinascita.

Cogliamo l’occasione per ringraziare il corpo docenti, in particolare le professoresse Mazzoli e Antonioni, che ci hanno coinvolto nella proposta di questo workshop, il Magnifico Rettore e il Team di Ateneo, che ci hanno premiati e un grazie particolare al direttore creativo Paolo Iabichino per i preziosi insegnamenti che ci accompagneranno in tanti altri progetti.

Il nostro è stato un lavoro di gruppo per mantenere continuità e coerenza con l’identità di Ateneo, per arricchire di senso il payoff “Crescere nella conoscenza”, pronunciato durante il discorso di apertura dell’anno accademico e comunicare l’urgente esigenza di un Nuovo Umanesimo. Una campagna per i futuri studenti che pone l’accento sul fatto che la laurea sia un mattone nella costruzione collettiva, uno strumento da cui l’intera società può trarre beneficio per trovare soluzioni che possano generare un successo sostenibile.

Elisa Invernizzi

Molto più di una sera all’opera

ottobre 31, 2018

Durante il Laboratorio di Creatività Pubblicitaria tenuto dal prof. Marco Livi, la classe CPO di cui faccio parte si è dovuta confrontare con il Rossini Opera Festival al fine di creare un paio di campagne multi-soggetto per l’edizione 2018 ed un progetto – ancora in cantiere – per il prossimo inverno (Festival Giovane – Opera Young). Il lavoro sul ROF si è svolto durante tutto il corso, fornendoci un soggetto concreto su cui fare pratica. L’obiettivo del nostro lavoro era cercare di avvicinare i nostri coetanei al genere e al festival, cercando di smentire due luoghi comuni fin troppo radicati: l’opera è noiosa ed è da vecchi. Questi sono stati in via sintetica i due assunti da “scardinare” da parte dei 14 gruppi di lavoro che si erano costituiti.

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Lavorare ed avere gli strumenti per potersi avvicinare ad un genere così estraneo alla maggior parte di noi – me compresa – è stato fondamentale: il professor Livi ci ha fornito diverso materiale e ha cercato di stimolare la nostra curiosità, affinché ne cercassimo anche a nostra volta. Inoltre, abbiamo potuto incontrare in un paio di occasioni alcune personalità̀ strettamente legate al ROF: sia i responsabili marketing e ufficio stampa, sia il sovrintendente e direttore artistico del Festival, Ernesto Palacio. Inoltre, ricorrendo quest’anno il 150° anniversario dalla morte di Rossini, a partire dall’inizio dell’anno ci sono stati molti spettacoli, conferenze ed eventi in provincia sui temi dell’Opera in generale, della figura del compositore e della rassegna pesarese.

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Una piccola premessa di natura personale: ad una prova generale o ad un’Opera non ero mai andata prima d’ora, ma in passato sono stata spesso a teatro, come spettatrice – da pièce di Molière a match-impro di attori amatoriali – sia come teatrante, o meglio danzatrice. L’ambiente del teatro o di un palazzetto allestito per una simile occasione è per me qualcosa di noto e di magico, carico di ricordi ed emozioni, senza alcuna connotazione d’età e giudizio di gusto a priori.

Per questo, quando è stata offerta l’opportunità a noi studenti di assistere alle prove ante-generali della scorsa edizione del ROF ho cercato di approfittarne. Anche perché alle prove si può vedere di più: lo spettacolo è più vero, nel bene e nel male: negli scambi di battute alla fine di un’aria qualora ci siano state delle imperfezioni, moderata recitazione degli artisti più timidi o affaticati, in netto contrasto con quella dei più carichi. Durante le prove, oltre allo spettacolo di Rossini, ho potuto assistere ad un altro spettacolo, quello umano. E ne è valsa la pena.

L’Opera è uno spettacolo complesso e articolato, difficile da spiegare, da capire, perché stratificato: sono le persone che danno voce, colore e calore ai personaggi che interpretano, a prescindere dalla loro origine e lingua. Si tratta infatti di uno spettacolo “sovra culturale”, che sfrutta la maestosità e la potenza della voce umana per comunicare ed emozionare. A tutto questo va aggiunta la messa in scena, che nel caso del ROF può davvero definirsi grandiosa.

Lo scorso agosto ho potuto assistere alle prove ante-generali del dramma in due atti Ricciardo e Zoraide. Si tratta di un’Opera dalla trama molto intricata: sullo sfondo un conflitto bellico non del tutto concluso, in primo piano le peripezie sentimentali e familiari di Zoraide, bellissima figlia di un Re destituito, e Agorante, il paladino che ne ha spodestato il padre rivendicando la mano della giovane, e il giovane Ricciardo, di cui Zoraide si è innamorata. Probabilmente le complessità e lo spiccato orientalismo della storia ne hanno limitato negli anni le rappresentazioni.

Ammetto che cercare di seguire il primo atto senza libretto mi ha impedito di cogliere i dettagli della trama, ma ho voluto soffermarmi sugli allestimenti, sulle dinamiche, sull’ensemble. Dal secondo atto in poi, però, è stato necessario seguire i dialoghi. Forse un elemento caratteristico dell’opera che oggi ne rende difficile la fruizione da parte della pubblico giovane è proprio la sua  complessità, una stratificazione sia di narrazione che di stimoli al pubblico che non richiede tanto un’interazione multimediale, bensì polisensoriale e prolungata. Insomma, pura materia umana, di cui il canto e la musica grandi protagonisti. E in un mondo dove la soglia dell’attenzione continua inesorabilmente a ridursi, sedersi per 3 ore ad assistere ad uno spettacolo del genere può sembrare quasi una tortura.

Nella sua rappresentazione ufficiale durante il Festival, l’Opera non ha riscosso pareri unanimi da parte di pubblico e critica: leggendo alcune recensioni, emerge che  abbastanza apprezzato è stato l’allestimento, come la performance dei cantanti – tra cui spicca il nome di Juan Diego Flores. Sono stati invece giudicati più deboli sia la regia che l’adattamento. Ritengo che una delle più esaustive sia quella del blog Connessi all’Opera.

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Personalmente, devo dire che mi è piaciuta molto, mi ha soprattutto emozionato più di quello che pensavo, e non solo per la nostalgia verso il mondo della danza e della recitazione che provo ogni giorno, ma proprio perché́ l’ho “sentita” e ho cominciato a capirla. Mi è molto dispiaciuto dover scappare alla fine dello spettacolo e non poter tornare poi a vedere l’opera in una delle recite ufficiali, ma penso che tornerò in futuro ad assistere al ROF. E, soprattutto, penso di aver scoperto qualcosa di bello che non conoscevo: il genere Opera, ed in particolare quello di Gioachino Rossini.

BRAND FESTIVAL: L’EVENTO DEDICATO ALL’IDENTITÀ DI MARCA

luglio 13, 2018

Dal 06 al 13 Aprile 2018 si è svolto con grande successo il Brand festival: 8 giornate di discussione, dibattiti e progettazione sull’ identità personale, aziendale e territoriale diffusi nel centro storico di Jesi. Per l’occasione sono stata selezionata per partecipare al festival in veste di Social media team insieme ad altri studenti sia della laurea triennale Informazione, Media e Pubblicità che del mio corso di laurea magistrale Comunicazione e Pubblicità per le organizzazioni. Il Brand Festival si è rivelato essere una grande occasione per incontrare i migliori esperti del settore della comunicazione, grandi brand mondiali e realtà locali. Un luogo e un’occasione, organizzato da un team giovane, competente e affiatato,  per confrontarsi con manager, imprenditori, designer, creativi, digital specialist e professionisti provenienti da tutta Italia. Paolo Iabichino, Riccardo Scandellari, Rudy Bandiera, sono solo alcuni dei grandi nomi tra i relatori che sono intervenuti attraverso workshop, laboratori e presentazioni, insieme ad altri autorevoli professionisti ed esperti per affrontare e confrontarsi sui principali temi dell’identità di marca, Personal Branding e Brand Territoriale.

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Durante la settimana dedicata al Brand Festival tutta la città di Jesi “ha parlato” di Identità di Marca e lo ha fatto in molte occasione come: gli “Aperitivi con i Guru”, momenti di confronti informali e divertenti con alcuni esperti di marketing e di brand  o con la “Notte dei Marchi Mannari”, ovvero un’intera serata, quella di sabato 7 Aprile, organizzata per  rivivere i Brandi storici che hanno segnato un’epoca in collaborazione con i locali del centro storico di Jesi  che hanno contribuito ognuno con una propria rivisitazione di una marca.

Ma il “cuore” pulsante del Brand Festival è stato segnato dal Main Event: un’intera giornata dedicata alla formazione e agli incontri con i grandi nomi del mondo della comunicazione e del Branding nazionali e locali e che si è svolto presso il teatro Pergolesi di Jesi.
In conclusione tanti grandi successi ottenuti durante i giorni del Festival soprattutto sui canali social (dei quali ci occupavamo) , per esempio la soddisfazione di arrivare in Trending Topic su Twitter in occasione del Main event,  oltre ad una grande partecipazione ed interesse del pubblico che rappresentano il segreto del buona riuscita di un festival che cresce, si rinnova e che vuole sorprendere sempre di più.

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La “Mostra Internazionale del Nuovo Cinema” di Pesaro. Un nuovo sguardo sul cinema incontrando gli altri.

settembre 28, 2017

La “Mostra Internazionale del Nuovo Cinema” di Pesaro è giunta alla sua 53a edizione quest’anno, sotto la direzione di Pedro Armocida, proseguendo il suo lavoro di ricerca sull’idea del “nuovo cinema”, quello maggiormente legato alle forme più innovative del linguaggio cinematografico contemporaneo [1].

Sono stata selezionata per partecipare alla mostra come membro della “Giuria Studenti”, composta in totale da dieci studenti provenienti da diverse università e scuole di cinema italiane, a noi spettava il compito di decretare il vincitore del “Premio della Giuria Giovani” tra i film del “Concorso Pesaro Nuovo Cinema-Premio Lino Micchè”, supervisionati da Rinaldo Censi.

La mostra si è svolta dal 17 al 24 giugno 2017, per inaugurarla nelle giornate del 17 e del 18 giugno sono stati proiettati in Piazza del Popolo: ‘Gli Intoccabili’ di Brian De Palma e ‘Roma Città Aperta’ di Roberto Rossellini.

La mostra vera e propria è cominciata il lunedì 19 giugno, in mattinata ci siamo incontrati con il direttore della mostra che ci ha accolto per darci il benvenuto e illustrarci nel dettaglio il nostro ruolo all’interno della rassegna cinematografica, inoltre abbiamo ricevuto il badge di riconoscimento, il nostro kit per il festival e i buoni pasto per pranzare al buffet offerto nel “Centro Arti Visive Pescheria” ai membri dello staff, ai registi e ai membri della stampa. In particolare, il momento del pranzo è, secondo me uno dei momenti migliori della mostra, costituisce un’opportunità per socializzare e discutere di cinema, spesso ci siamo trovati seduti a tavola con i registi che ci hanno parlato delle loro opere, ma non solo, c’è stata anche l’occasione per ridere e scherzare. Quello che secondo me distingue la “Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro” dalle altre oltre alla ricerca di un nuovo sguardo sul cinema, è un’atmosfera frizzante e informale che fa da sfondo alla manifestazione e abbatte le barriere innalzate dall’eccessiva seriosità e dalla formalità di altre rassegne simili, dimostrando che si può essere seri senza prendere le distanze ma, anzi favorendo la vicinanza; avvicinando il cinema al pubblico, infatti un dettaglio che non deve passare assolutamente inosservato è che tutte le proiezioni sono gratuite, inoltre la mostra apre delle importanti finestre di dialogo con il pubblico: la “Tavola Rotonda” in programmazione al mattino nel “Centro Arti Visive Pescheria” in cui si discute di un determinato argomento relativo alla mostra e al cinema ovviamente, in cui sono presenti degli ospiti tra cui registi, attori, ed esperti di cinema, coordinati dal direttore Pedro Armocida e che permette al pubblico di intervenire fornendo degli spunti di discussione o ponendo dei quesiti, lo stesso vale per il momento di dibattito con i registi che precede o segue la proiezione delle pellicole.

Le proiezioni si sono svolte al “Cinema Teatro Sperimentale” nelle due sale disponibili e in Piazza del popolo.

L’edizione di quest’anno ha reso omaggio a Roberto Rossellini, con “Sguardi russi” ha esplorato la cinematografia contemporanea russa, ha riconfermato “Satellite” che ha dato spazio a 18 opere di produzione audiovisiva italiana a bassissimo budget, extra-formato e extra-industriali e con “Il muro del suono” dopo il festival, cinque serate a Palazzo Gradari di musica e immagini.

Tra gli ospiti di questo festival ci sono stati: Nicolas Rey, Pedro Aguilera, Ado Arieta, João Botelho, Renzo Rossellini, Jasmine Trinca.

Le opere presentate in concorso erano tutte molto valide, provenivano da diverse parti del mondo, alcune trattavano importanti temi culturali e sociali, per decidere ci siamo riuniti un paio di volte per discutere con il nostro coordinatore Rinaldo Censi, in queste riunioni abbiamo discusso dei film, esposto il nostro punto di vista, non è stato facile raggiungere un verdetto comune dato che eravamo in dieci e tutti con opinioni e gusti molto diversi, ma alla fine abbiamo scelto: ‘Sexy Durga’ le nostre motivazioni sono state:

Per il coraggio con il quale viene analizzata e criticata la società patriarcale indiana e la condizione femminile. Per lo sguardo innovativo con cui viene messa in scena l’odissea adrenalinica di una coppia persa nella notte. Per l’audacia con cui è costruita la tensione narrativa che tiene incollato lo spettatore allo schermo ponendogli numerose domande, a cui dovrà rispondere attraverso un’analisi introspettiva.”

Il film ha anche ottenuto una menzione speciale da parte della prestigiosa “Giuria internazionale” composta dal cineasta portoghese João Botelho, dal regista e direttore della fotografia italiano Mario Brenta e dall’attrice Valentina Carnelutti.

È stata una bellissima esperienza che raccomando a tutti gli appassionati di cinema che sono interessati a un nuovo sguardo sul cinema ma, anche a divertirsi e a incontrare gli altri perchè come Ryszard Kapuściński scrive in ‘L’altro’:

Tanto più che l’altro è lo specchio nel quale ci guardiamo o nel quale veniamo guardati: uno specchio che ci smaschera e ci denuda e del quale facciamo volentieri a meno.”[2]

Il cinema è anche partecipazione e condivisione, l’esperienza cinematografica non si esaurisce con la fine della proiezione, il vero cinema ti resta dentro, ti apre gli occhi, è una finestra sul mondo che ti fa osservare le cose da altri punti di vista, ti fa pensare.

[1]Fonte: Presskit dai materiali per la stampa dal sito ufficiale della mostra: http://www.pesarofilmfest.it/cartella-stampa-presskit?lang=it

[2]Kapuściński Ryszard, ‘L’altro’, Milano, Feltrinelli, quarta edizione aprile 2015, p. 72.

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CPO e Fano Jazz By The Sea per la strategia online del 2016

novembre 15, 2016

fano-jazz-staffLa stretta collaborazione tra Fano Jazz Network e il corso di Comunicazione e Pubblicità per le Organizzazioni costituisce ogni anno un banco di prova per gli studenti e una importante occasione di rinnovamento per l’organizzazione del festival Fano Jazz By The Sea. Tra i tanti lavori proposti dagli universitari, due sono stati i progetti scelti come vincitori: la campagna  “JazzInOnda” (di Giulia Gattuso, Giulia Pellizzer, Antonio Percolla, Fabrizio Perra, che comprendeva un piano di Social media marketing e Social media strategy) e il videoclip promozionale messo a punto da Adele Biagioni e Miranda Riva.  Anche quest’anno grande attenzione è stata prestata alle opportunità di promozione attraverso i canali social: per questo motivo proviamo a riassumere gli elementi chiave delle attività messe in atto.

– L’utilizzo delle nuove feature e dei nuovi strumenti pubblicitari:
«Quando abbiamo presentato il progetto, siamo riusciti ad attirare molta curiosità sugli strumenti del Facebook Canvas e del Facebook Live. In quel periodo erano due novità assolute e abbiamo lavorato parecchio per trovare il modo migliore di utilizzarli e soprattutto di integrarli tra gli altri strumenti di sponsorizzazione e gli altri tipi di post. Abbiamo avuto una buona collaborazione e scambio di idee con l’organizzazione del festival e ciò ci ha permesso di raggiungere dei buoni risultati» – commenta Antonio Percolla.

– La pianificazione, prima di tutto:
«Oltre al pomeriggio e alla sera in cui si svolgevano tutti i concerti e le attività del festival lavoravamo la mattina e nel primo pomeriggio per programmare i contenuti. Oltre a quelli promozionali e informativi, su  Instagram e Twitter abbiamo optato per il repost di contenuti creati dagli utenti. Questa scelta si è rivelata vincente e ci ha aiutato a capire su quali strategie puntare apportando modifiche, quasi in tempo reale, al piano editoriale prefissato» – ci racconta Giulia Pellizzer.

– Ogni contenuto sulla piattaforma più adatta:
«Ogni giorno raccoglievamo tantissimi contenuti e non avrebbe avuto molto senso condividere gli stessi post nei diversi canali social: ciò al contrario ci avrebbe fatto passare per un festival povero di contenuti. Oltre all’engagement previsto abbiamo usato come criterio il tono tipico delle diverse piattaforme: ad esempio Instagram ci ha dato la possibilità di proporre dei contenuti dal tono più informale.  Pur avendo dei post prefissati, la città di Fano e il festival offrivano ogni giorno nuovi spunti da integrare nel nostro flusso comunicativo. Ed è stato davvero un peccato che non ci fosse ancora la feature delle instagram story» spiega in dettaglio Giulia Gattuso.

– Condividere “il bello della diretta” con il pubblico:
«Dare la possibilità di partecipare, seppure virtualmente con gli strumenti di Facebook Live, Vine e del livetweeting agli eventi in programma di Fano Jazz By The Sea è stata la vera grande novità del festival. In molti ci hanno ringraziato per questa iniziativa e speriamo che ciò possa inserirsi in maniera definitiva nella strategia del Festival» – conclude Fabrizio Perra.

 

DATA di Urbino: quando la comunicazione non convenzionale è firmata CPO

ottobre 6, 2016

data-foto-presentazioneNon solo uno spazio per ospitare mostre, concerti e conferenze. La Data di Urbino è soprattutto uno spazio di aggregazione e sperimentazione aperto ai cittadini urbinati e a tutti gli studenti dell’Università di Urbino Carlo Bo. Per promuovere la riapertura del centro e l’inaugurazione della lunga serie di eventi che ha avuto luogo tra il 23 Maggio e il 28 Maggio, agli studenti del corso CPO è stata richiesta l’elaborazione di una campagna di comunicazione non convenzionale. Abbiamo intervistato il gruppo di lavoro formato da Michela Faedda, Marc Fàbregas, Miranda Riva, Maria Elena Sardina e Stefano Usai per parlarci del loro progetto.

– Partiamo proprio dalla Data: che cos’è e che tipo di eventi erano presenti in programma?
«Ciò che oggi viene chiamato DATA, un tempo erano delle antiche stalle ducali del Duca da Montefeltro a Urbino. Prima di procedere con l’ideazione della campagna, abbiamo incontrato l’architetto che si è occupato della ristrutturazione dell’edificio e ci ha illustrato come l’edificio fosse stato riqualificato. Gli eventi presenti in programma durante la settimana di riapertura sono stati tanti e diversi: tavole rotonde con imprenditori, professori e innovatori, concerti di musica jazz, workshop e conferenze» – risponde Michela Faedda.

– Qual è stata la vostra idea per promuovere la Data?

data-proposta«La campagna non convenzionale era basata sulla distribuzione di un origami a forma di aquilone, simbolo e oggetto ricorrente nella storia di Urbino». – ci spiega Maria Elena Sardina –  «L’origami rappresenta sia un piccolo dono simbolico, sia i concetti di arte e design che sono argomenti strettamente connessi con  lo spazio Data. Aprendo l’origami ci si trovava di fronte ad un bigliettino che informava della riapertura di questo centro».

– Il vostro gruppo aveva una composizione molto eterogenea, comprendendo studenti del primo anno, un laureando e uno studente Erasmus. Questo si è rivelato un punto di forza o un aspetto problematico?
«
Avere nel nostro team Stefano che aveva già partecipato ad altri progetti ci ha permesso di superare i nostri limiti dovuti all’inesperienza e a capire come procedere per trovare  una soluzione efficace nella stesura del progetto» – ci racconta Miranda Riva – «Tra noi del primo c’erano comunque persone che erano dotate di competenze specifiche come Maria Elena che è ben preparata in grafica mentre altri erano più esperti nella organizzazione di eventi.. Alla fine questo si è rivelato senza dubbio un dubbio di forza perché siamo riusciti a lavorare sinergicamente amalgamando le diverse competenze. Il risultato è stato un lavoro semplice ma originale».

– Quali sono stati i risultati raggiunti dalla vostra campagna?

«Essendoci occupati di tutte le fasi della campagna, dalla progettazione alla distribuzione degli origami, abbiamo riscontrato reazioni molto positive in chi ha ricevuto il particolare invito.origami-aquilone Durante  gli eventi presenti alla Data abbiamo riscontrato un’alta presenza sia di studenti che di urbinati, il nostro principale obiettivo. Siamo stati inoltre molto contenti nel vedere che anche la stampa e le televisioni hanno parlato di noi, tra cui “Il messaggero” e il tg regionale di Rai3. E’ stata una esperienza molto utile e credo di parlare a nome di tutti nel ringraziare la professoressa Mazzoli per averci concesso questa opportunità» – conclude Michela Faedda.


Il Google Online Marketing Challenge: la sfida di web marketing per gli studenti CPO

settembre 29, 2016

gomc_vertical_icon_g250 dollari di budget per tre settimane di campagne pubblicitarie sulla piattaforma Google AdWords. Il Google Online Marketing Challenge non è solo una piccola opportunità per testare le proprie capacità nel campo del web marketing ma una grande occasione per provare ad aggiudicarsi uno dei viaggi premio nelle diverse sedi Google nel mondo. Il concorso è aperto per team di universitari composti da 3 a 6 persone: in Italia sono circa dieci gli atenei che partecipano alla sfida e tra questi c’è proprio l’Università di Urbino Carlo Bo. A partecipare sono gli studenti di Comunicazione e Pubblicità per le Organizzazioni all’interno del corso di Social Media Marketing tenuto dal professore Fabio Giglietto. Abbiamo intervistato Luca Olivari, uno degli studenti che ha fatto parte del team che negli ultimi anni ha fatto registrare i risultati migliori.

– Luca, raccontaci innanzitutto come avete trovato il partner commerciale per partecipare al progetto.

«All’inizio io, Fabiola Bastianini, Corrado Bertini, Alfredo Mennelli, Silvia Sordi e Jacopo Verdini abbiamo valutato più partner e alla fine abbiamo scelto Mani di Forbici, un salone di bellezza che gestisce anche un servizio di e-commerce di prodotti per la cura dei capelli e del viso. Dall’analisi delle probabili keywords da acquistare e dalla presenza dello shop online abbiamo capito che questo partner ci avrebbe permesso di portare a termine una campagna completa, con risultati che probabilmente sarebbero stati molto soddisfacenti».

-Come vi siete preparati prima di portare avanti le tre settimane di campagna online?

«L’unica vera preparazione che abbiamo svolto si è incentrata sulla ricerca e sullo studio dei costi delle keywords dal quale abbiamo elaborato un piano di gestione delle risorse. Ci siamo resi conto a posteriori che sarebbe stato molto utile avere fin da subito i dati di Google Analytics. Per questo consiglierei a chi si appresta a partecipare a questo progetto di richiedere fin da subito la collaborazione del webmaster in modo tale da collegare l’account Analytics del partner a quello nostro di AdWords».

-Quali sono state le azioni intraprese durante la campagna e come avete affrontato le difficoltà?

«Durante il monitoraggio della campagna sono stati effettuati tre cambiamenti: il primo, compiuto alla fine della prima settimana, è stato quello di passare da un settaggio di offerta automatica del costo delle keywords a uno manuale con scadenza a ogni ora. La seconda modifica è stata una revisione delle keywords troppo generiche e poco performanti con altre più adatte agli obiettivi. Il terzo cambiamento invece, sotto consiglio del prof Giglietto, è consistito nell’implementazione delle estensioni sitelink: queste ci hanno permesso di raggiungere performance molto buone ma purtroppo le abbiamo utilizzate solamente dall’ultima settimana. Una difficoltà con cui abbiamo dovuto convivere è stata quella di non riuscire ad avere un dialogo costante con il partner commerciale che ci avrebbe permesso di prendere cambiamenti più repentini sulle campagne minori».

campagna-mani-di-forbici-Quali sono stati i risultati raggiunti?

«La campagna nel suo complesso ha ottenuto un CTR (Click-Through Rate) del 6.9% attraverso 1122 clic e 16258 impressions con un CPC medio (Cost Per Click) di 0,22$. Ciò di cui andiamo particolarmente fieri è il Return on Investements: con una spesa di 244 dollari abbiamo fatto registrare delle entrare pari a 1490 dollari (circa 1355 euro): stiamo parlando di un ROAS del 609,2% attraverso 22 conversioni che hanno rappresentato quasi un terzo delle vendite totali del portale nel periodo della campagna».

-Che consigli daresti agli studenti che parteciperanno alla nuova edizione del progetto?

«Partire con largo anticipo rispetto all’inizio del corso di Social Media Marketing con la ricerca del partner e arrivare preparati avendo già imparato a maneggiare tutti gli strumenti, soprattutto Google Analytics e l’analisi delle keywords da utilizzare. Può essere inoltre molto utile trarre esempio dai progetti vincitori degli anni precedenti che sono messi a disposizione nel sito del progetto. Questo non vi assicurerà la vittoria ma sicuramente vi permetterà di fare un buon lavoro».

 

CPO e i progetti di gruppo: il Business game Benelli

settembre 9, 2016

benelliarmi-schizzoDalla prima materia fino all’ultimo laboratorio, il corso di laurea CPO offre molte occasioni per sviluppare quell’attitudine al teamworking tanto richiesta in curriculum. Di fronte a un brief creativo o di comunicazione, gli studenti lavorano in squadra allestendo in maniera informale una “piccola agenzia di comunicazione”. E quando il lavoro contiene delle buone idee rimanendo attinente alle richieste del brief, un buon risultato è quasi sempre assicurato. In attesa di una intervista a Fabrizio Perra, futuro stagista selezionato per Benelli Armi, il gruppo vincitore del business game proposto dall’azienda urbinate si racconta in questa intervista.

-Come è nato il gruppo di lavoro? Sulla base delle idee comuni o cercando di creare un team completo in base alle competenze di ognuno?
«Il nostro team, formato da me, Fabiola Bastianini, Luca Olivari, Benjamin Osukulubo, Antonio Percolla e Jacopo Verdini si è costituito attorno alle competenze e alle propensioni di ciascun membro. Subito dopo la presentazione del progetto all’interno di una lezione di Comunicazione d’impresa erano emerse delle idee interessanti e abbiamo deciso di lavorare insieme per svilupparle» – ci racconta Francesco Ghiotti.

-In cosa è consistito il lavoro di ricerca? Quali strumenti sono stati utilizzati?
«Dopo il brainstorming iniziale abbiamo pensato di sfruttare diverse analisi per strutturare una strategia di comunicazione efficace, tra cui la SWOT, la PEST, l’analisi della concorrenza, l’analisi netnografica e l’analisi valoriale» – ci spiega Jacopo Verdini – «Per individuare i punti di forza e di debolezza dell’azienda abbiamo sfruttato l’analisi SWOT, mentre l’analisi PEST ci ha dato la possibilità di orientarci all’interno del contesto politico-economico-sociale e tecnologico del settore sportivo-venatorio italiano. L’analisi della concorrenza ci ha consentito di confrontare Benelli con altre aziende (di cui due americane). L’analisi netnografica è stata utile per rintracciare alcuni insight interessanti dalle discussioni dei fan online. Infine, attraverso l’analisi valoriale abbiamo individuato tre filoni comunicativi che ci hanno permesso di rispondere al meglio alle domande del brief».

-La gestione del lavoro di squadra: la divisione è stata rigida o tutti hanno partecipato alle diverse fasi del progetto? 

«Quando si lavora in gruppo è quasi naturale che ognuno, soprattutto nella fase di realizzazione e presentazione del progetto, tenda a ritagliarsi il ruolo in cui si vede più portato: c’è chi si occupa del copywriting, chi della grafica e chi si propone per presentare il lavoro ai docenti e all’azienda. Ciò nonostante, nella fase strategica, non c’è stata una rigida una divisione dei ruoli, tutti abbiamo collaborato attivamente alla realizzazione di proposte comunicative che fossero estremamente rispondenti alle necessità dell’azienda» – risponde Francesco Ghiotti.

-Quali sono stati gli aspetti più apprezzati del progetto?
A quest’ultima domanda, come membro del gruppo di lavoro rispondo proprio io:

«Sicuramente l’attinenza con il brief è stata apprezzata. L’azienda aveva richiesto un’idea che riuscisse a collegare e comunicare i valori dell’innovazione tecnologica, del design e dello sport. Anche gli altri progetti presentati dai nostri colleghi li contenevano, per cui siamo molto contenti che la nostra proposta sia stata valutata come la migliore: questo testimonia che oltre alla “sostanza” è stata apprezzata “la forma” con cui il nostro progetto è stato presentato».

Le opportunità CPO: il business game e stage con McDonald’s Italia

agosto 18, 2016

barbara bezziPesaro, 2 Novembre 2015: all’interno del corso di Comunicazione d’Impresa della professoressa Mazzoli c’è una lezione un po’ speciale. Alla cattedra la dottoressa Elisa Gennari, Consumer Insight Manager di McDonald’s Italia, presenta l’azienda e sottopone agli studenti il brief per un business game. Il premio per il vincitore? Uno stage retribuito negli uffici marketing di Mc Donald’s ad Assago (MI). Dopo tre mesi di studio e progettazione, la presentazione dei lavori e la vittoria a pari merito di due gruppi, a essere selezionata come stagista è Barbara Bezzi, studentessa al secondo anno di corso di CPO.

-Barbara, parliamo innanzitutto del business game. Come hai vissuto questa sfida e cosa era richiesto da brief? 

«Non appena è stato presentato il progetto, ho subito deciso che avrei partecipato con tutte le mie forze: tra i tre progetti con le aziende all’interno del corso di Comunicazione d’Impresa, questo mi è sembrato subito il più interessante e stimolante. Tutto era incentrato sulla comunicazione del nuovo Servizio al Tavolo, una vera sfida per McDonald’s da sempre considerato leader nel settore dei fast food. L’obiettivo era duplice: da una parte sensibilizzare ed energizzare i dipendenti McDonald’s ad offrire il miglior servizio, dall’ altra comunicare ai clienti l’avvenuto cambiamento.

Il nostro lavoro di ricerca è durato circa 3 mesi nei quali abbiamo affiancato le nostre conoscenze teoriche all’osservazione partecipata in alcuni ristoranti McDonald’s. Abbiamo poi restituito il brief alla presenza della dott.ssa Elisa Gennari e della dott.ssa Valentina Fossa (Corporate & Staff HR Manager)».

-Come è avvenuta successivamente la selezione dei vincitori?

«Le responsabili di McDonald’s insieme con la prof.ssa Mazzoli e la prof.ssa Antonioni hanno selezionato il gruppo che a loro avviso aveva svolto il lavoro migliore. In realtà i gruppi vincitori sono stati due, dai quali sono stati selezionati 4 candidati per svolgere un colloquio individuale con le responsabili McDonald’s . Ci tengo a precisare che non si è trattato di un vero e proprio colloquio di lavoro, ma piuttosto di una chiacchierata informale sul nostro percorso accademico, sulle nostre ambizioni, ma soprattutto riguardante il lavoro svolto per il progetto e sulle dinamiche all’interno del gruppo. Dopo circa 2 settimane abbiamo ricevuto il verdetto tramite mail».

-Qual è stato il tuo primo impatto all’interno dello stage?

«Devo dire che l’emozione di essere stata scelta per questo tirocinio è stata enorme, è subito subentrata la paura di non essere all’altezza. Ma questa mia incertezza è stata cancellata nel momento in cui ho varcato le porte degli uffici di Assago. Sono stata accolta in un’ambiente dinamico, energico e estremamente accogliente. Con mia grande sorpresa tutti si sono dimostrati pronti a spiegarmi le dinamiche aziendali, a rispondere alle mie costanti domande, ad aiutarmi qualora avessi bisogno. Devo ringraziare in particolare la mia tutor Layla che mi ha subito fatta sentire parte della squadra e che non smette mai di mettermi davanti a nuove sfide».

-Di cosa ti occupi precisamente?

«Il mio tirocinio si svolge nell’area food & marketing, in particolare sto affiancando la tutor aziendale nello sviluppo delle attività di marketing legate al mondo McCafé e Colazione: dall’analisi del contesto allo sviluppo dei materiali di comunicazione. Ho modo di interfacciarmi quotidianamente con l’agenzia che segue McDonald’s  e di valutare con loro le strategie di comunicazione migliori per il lancio dei nuovi prodotti. Nello specifico mi occupo dello sviluppo dei brief sui nuovi materiali di comunicazione in lancio da sottoporre all’agenzia, supporto agli scatti dei nuovi prodotti, dello sviluppo del packaging, dell’aggiornamento delle sezioni del sito internet e dell’app istituzionale, del supporto allo sviluppo di alcune attività promozionali. Inoltre mi occupo anche della reportistica riguardante le vendita dei prodotti; questa parte invece è quella che mi ha messo più alla prova dato che non faceva parte del mio bagaglio di competenze pregresse».

-Il prossimo lavoro o stage? Rimarresti nello stesso ruolo, nello stesso settore oppure vorresti provare una esperienza completamente diversa?

«Diciamo che ancora non ho le idee ben chiare, questi 6 mesi di stage stanno volando e ci sono ancora tante cose che voglio imparare e sperimentare in azienda. Mi sono sempre vista a lavorare in un’agenzia di comunicazione questa esperienza mi sta pian piano aprendo gli occhi su un mondo che non conoscevo e che sto scoprendo giorno per giorno, mettendomi in gioco e impegnandomi al massimo. Il settore marketing mi affascina molto e il dinamismo di un’azienda come McDonald’s è davvero stimolante, quindi questo è sicuramente un percorso che non mi sento di scartare. Non so cosa mi riserverà il futuro, per ora mi godo questo bel presente».

 


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