Archive for the ‘Erasmus’ Category

Il mio Erasmus, un anno dopo

settembre 6, 2018

Oggi, di un anno fa, mi trovavo stipata nel sedile di un volo Ryanair, vicino una signora dell’Umbria che a metà tratta ha comperato un biglietto della lotteria. Senza vincere nulla. Quella speranza tradita aveva lo stesso profumo delle mie aspettative e gli stessi contorni delle mie paure.
Anche il mio era un gioco, per giunta.
L’amico di corso, futuro coinquilino, compagno di studio e di merende e una lunga lista di altre “diavolerie” che entrambi conosciamo bene, mi aveva detto qualcosa come “daje Martí, compila sto foglio che andiamo in Erasmus. Tocca che te smovi n’po”. Tutto con il tipico accento argentino, o jesino, che poi nel mio immaginario si somigliano.
Così, come da consiglio, mi sono smossa, e ho inserito dati, spuntato crocette varie, inventato motivazioni. Ho poi sperato di non vedere il mio nome in nessun elenco, di non dover affrontare comici colloqui in spagnolo e non dover pianificare esami interscambiabili.
Tutte cose che, in successione, sono avvenute una dietro l’altra.
Di lì a qualche mese ho fatto valigie, disfatto piani, ho guardato in tante direzioni, tutte sconosciute, scelto strade, tutte senza indicazioni. Mi sono sentita piccola quanto il ragno che ho ucciso nella stanza in cui ho dormito prima di trovare casa. Ho passato la notte sveglia con il terrore ce ne fossero altri.
Ho poi firmato un contratto senza avere la minima idea di cosa fosse scritto in minuscolo, alla fine di tutti quei fogli che parlavano di “gastos”, “dueño”, e “luz y gas”. Le cose di grande importanza hanno tutte una apparente misura minore e uno spazio riservato. L’ho imparato poi.
Nel mezzo ho infilato una piccola vacanza a Ibiza, con le amiche di sempre, perché non si dica che lo scambio non è formativo. Al ritorno ho camminato lungo sentieri impervi tracciati dal Rio Huecar, che tagliava di netto Cuenca, una piccola cittadina accovacciata nella terra autonoma di Castiglia-La Mancia. Qualche buon Dio ci ha regalato giornate di sole fino a metà novembre, maniche corte e caffè molto lontani dall’idea che noi italiani abbiamo, seduti a Calle Carreterìa. Quest’ultima era la via principale, teatro e sfondo della vita lenta e cadenzata di questi spagnoli, devoti alla siesta e amanti del tempo dilatato.

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Nel primo pomeriggio il silenzio era quello tipico delle scene dei film, che ti prepara ad un attacco da parte degli zombie. E qualcuno potrei giurare di averlo visto, probabile superstite di una serata imbevuta di chupitos.
La fortuna ha fatto sì che, con un viaggio della speranza e due ore di autobus e una di Blablacar con gente più disparata, io potessi raggiungere Madrid e la mia migliore amica contemporaneamente. Il che è tutto un dire. E l’ho fatto nei giorni più bui, in quelli di passaggio, o in quelli di semplice e pura condivisione. Così come nella vita, da quando ho ricordo.
Potrei parlare tanto ancora, di Sara per esempio, una bomba ad orologeria di diciannove anni, specchio di quella che non sono stata io alla sua età, ma che ho provato ad essere con un poco di ritardo. Tanto per cambiare. Con lei è stato amore a prima vista, e quando ci penso mi sento leggera. La stessa sensazione che ho avuto durante le colazioni da sola, alla Blonda, nelle sveglie rimandate, nelle lezioni in una lingua straniera e durante le notti insonni che mi seguirebbero fino in capo al mondo.
Ho passato pomeriggi in biblioteca e, per fortuna, ho passato anche gli esami. Ho conosciuto nuove culture, nuove persone e nuovi gusti, nuove abitudini e sapori. Ho superato la paura di stare da sola e abbracciato la gioia disarmante di accogliere il diverso. Mi sono persa, sia per vicoli sconosciuti, sia in quelli che abitano dentro di me e mi sono ritrovata, in entrambi i casi.
Al mio compleanno ho mangiato paella, spento una candelina su Skype, sentito la mancanza di casa giungermi fino alle terminazioni nervose.
Mi sono fatta disegnare sulla pelle, nell’unico posto (a probabile rischio tetano) che Cuenca aveva da offrirmi, quello che avevo trovato il giorno in cui mi sono “spulciata” dentro. Ha gli stessi bordi sbafati e sbilenchi, come radici piantate nel profondo. E quando  ho pianto, come una bimba, nell’unico modo che conosco, il mio amico prezioso ha barattato le lacrime con della birra: la soluzione ultima ad ogni male.
Quante parole nuove ho messo in valigia, dono prezioso, per poi scoprire che il linguaggio del cuore è universale. Per questo, spesso all’inizio, andavo a interpretazione. Come quella volta, che il professor Fernandez mi ha detto di fare un salto, qualche volta, al Potorro. Lo ha detto sottovoce, come si fa con le rivelazioni, con i segreti. E che fosse una confessione, lo avevo già capito, ma non avevo capito il perché.
Fino al momento in cui, passando davanti all’insegna mi è scattata una sorta di dubbio e curiosità insieme. Così ho chiesto spiegazioni al mio amico, madrelingua spagnolo.

Hai capito, il prof. Fernandez!

Martina Lanari

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La mia esperienza Erasmus a Bruxelles

luglio 23, 2018

Mi chiamo Giuia Crusco e sono al secondo anno di CPO, L’anno scorso, a fine del mio primo anno, sono stata selezionata per lo scambio Erasmus e a settembre 2017 sono partita per Bruxelles rimanendo nella capitale europea fino a gennaio 2018.  Quando sono stata selezionata per partire ho provato ad immaginare cosa aspettarmi da questa nuova avventura. Partire per un posto sconosciuto per 5 mesi significa mettere alla prova se stessi in un contesto lontano da quello solito in cui siamo abituati a vivere, parlare una lingua diversa dalla nostra e conoscere persone con culture e usanze distanti dalle nostre. Tutte le situazioni elencate però portano ad affrontare e a conoscere una parte di noi stessi ancora più importante. Infatti se pur l’ambientamento iniziale non è facile quello che ti aspetta dopo è impagabile. Appena arrivata nella capitale è stato difficile trovare una sistemazione adeguata, forse la paura di lasciare la mia “comfort zone” ha influito nella ricerca ma alla fine ho optato per il residence dell’università da me frequentata : Università di Saint-Louis Bruxelles. La struttura era un edificio di 10 piani in cui risiedevano sia ragazzi residenti in Belgio che frequentavano le lezioni dell’università, sia ragazzi erasmus provenienti da tutto il mondo, Spagna, Francia, USA, Russia, Cina, Brasile. Un’esperienza unica che mi ha permesso di mettermi in contatto con diverse culture e di farmi amici in tutto il mondo. Un altro punto da sottolineare è la struttura dei corsi all’università, infatti ho scelto un corso bilingue inglese-francese che fosse più affine al mio corso di studi. La maggior parte delle lezioni erano in inglese soprattutto quelle del mio ambito di studi quindi improntate sul marketing e sull’economia. Un’altra novità è stata la modalità di valutazione esame ben diversa da quella a cui siamo abituati noi In Italia. La maggior parte degli esami sono prevalentemente scritti, o comunque con una forma molto interattiva e di coinvolgimento tra professori e studenti. Utilizzano molto il “moodle” blog multimediale dove i professori possono comunicare direttamente con gli studenti e dove gli studenti possono pubblicare contenuti successivamente valutati dai professori.

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Parlando di Bruxelles come città, posso dire di consigliarla assolutamente come meta Erasmus per più punti di vista. Primo tra tutti è la multietnicità e l’internazionalità della città. Bruxelles è la capitale europea e sede del Parlamento Europea, attira quindi molti giovani che risiedono li per studio , intership o lavoro .

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Passeggiando per le vie di Bruxelles si può sentir parlare lingue di tutto il mondo. Nonostante la lingua officiale sia il francese  più della metà della popolazione usa l’inglese come prima lingua essendo un paese anche fiammingo. Dopo 5 mesi a Bruxelles ho migliorato notevolmente la mia conoscenza della lingua inglese e soprattutto di quella francese  ottenendo il riconoscimento di livello di lingua c1 dall’università di Saint Louis. Altro vantaggio nello scegliere Bruxelles come meta Erasmus è sanza dubbio la dimensione e la posizione della città. Infatti da un lato Bruxelles è una città di piccole dimensioni altamente innovativa dove i mezzi di trasporto pubblico sono perfettamente funzionanti ed  è ben collegata  sia al suo interno che verso le altre città.  Bruxelles è il cuore dell’Europa, ha una posizione centrale ed è infatti possibile raggiungere altre capitali o città europee in pochissimo tempo. Durante il mio soggiorno ho infatti visitato Parigi, Lussemburgo, Amsterdam e altre città del Belgio.

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Concludendo, posso dire che l’esperienza Erasmus sia una scelta coraggiosa, ma da fare. Oltre ad essere un’esperienza formativa importate è prima di ogni altra cosa un’esperienza di vita, sapersi mettere in gioco in diverse e nuove situazioni ma anche conoscere meglio noi stessi e le nostre capacità relazionali e di sopravvivenza. Consiglio quindi a tutti l’opportunità di svolgere un’esperienza di studio all’estero.

 

Il tirocinio? In Erasmus: l’esperienza di Gabriele Infosino

settembre 1, 2016

Infosino spagnaAttraverso il programma Erasmus+ traineeship è possibile svolgere  il tirocinio curriculare previsto nel piano di studi in giro per l’Europa. In attesa del bando ufficiale, che con ogni probabilità sarà pubblicato tra Settembre e Ottobre, riportiamo l’esperienza di un laureato CPO che ha svolto il proprio periodo di stage a Madrid.

– Gabriele, raccontaci perché hai scelto di svolgere lo stage lontano da casa.

«Avevo già svolto il mio primo Erasmus a Parigi alla triennale. Parigi e l’esperienza Erasmus sono diventati il trampolino di lancio verso nuove possibilità, nuove idee, nuove scoperte. Quello che prima avevo limitato ai confini nazionali adesso non ha più confini, mi sento cittadino del mondo e so di avere la possibilità di giocarmi carte nuove in giro per il mondo, mentre alcuni anni fa non riuscivo a vedere oltre la mia terra e la mia gente, oltre la mentalità italiana.

Madrid è stata una scoperta felicissima: l’avevo visitata da turista, ma viverla è tutta un’altra cosa! Una città frizzante, dinamica, calda e accogliente. Ogni angolo è una sorpresa, ogni quartiere vive di vita propria e il calore dei suoi abitanti e delle sue luci scalda il cuore fino a tarda notte. Madrid è insieme a Barcellona il motore economico e culturale di una Spagna in forte ripresa, tante imprese e start up (anche italiane) stanno investendo in questa metropoli, e bisogna saper cogliere al volo le opportunità di crescita di una città così dinamica e affascinante».

– In che tipo di azienda hai svolto lo stage e di che cosa ti occupavi?

«Ho lavorato per Spotahome, start up che si occupa di affitti online di stanze e appartamenti a medio/lungo termine, una delle 15 migliori start up spagnole del 2015. Mi occupavo delle strategie di Marketing e del Marketing operativo dell’impresa: in una start up le condizioni di lavoro e mercato cambiano repentinamente e stare al passo è complesso e stimolante. Nel corso del mio stage ho anche seguito l’evoluzione di alcuni progetti di implementazione dell’azienda e collaborato alla selezione del personale di lingua italiana».

– Hai notato delle differenze da parte dell’azienda ospitante nel modo di considerare gli stagisti come una risorsa?

spotahome«Assolutamente sì: gli stagisti non sono veri stagisti, sono delle risorse per l’impresa che li “ospita”. Formare il personale, inserirlo nelle dinamiche lavorative e produttive richiede risorse economiche e di tempo, ed è naturale che questo percorso porti all’assunzione dello stagista da parte dell’azienda ospitante: in Spagna questa mentalità è chiara, le persone valide vengono assunte e fatte crescere, gli italiani sono molto apprezzati per il loro ordine, la loro creatività e la loro capacità di adattarsi a culture e ambienti differenti.

Purtroppo non vedo ancora in Italia una coscienza simile: c’è molta diffidenza, chi ha le competenze tende a non condividerle con gli stagisti, ci si fida poco di chi ha poca esperienza lavorativa e tanto entusiasmo… e il rischio è che l’entusiasmo vada scemando e l’esperienza non si sviluppi mai!».

– Quali sono state le difficoltà più grandi che hai incontrato e come le hai risolte?

«Come detto una start up è un ambiente in continuo cambiamento: le difficoltà si incontrano ogni giorno e ogni giorno si è chiamati ad attingere alla creatività per realizzare gli obiettivi dell’azienda. Il rovescio della medaglia è il rischio di stravolgerli proprio per un eccesso di creatività, ma la bellezza di una sfida come questa sta proprio nel percorso di crescita che ti offre, nella quotidiana possibilità di confronto con mentalità, caratteri e culture diverse e provenienti da tutto il mondo. Mettersi in discussione e in gioco ogni giorno».

– Questo tipo di esperienza ti ha aiutato a velocizzare i tuoi tempi di studio?

«Sicuramente. Ho sviluppato metodo e rapidità, i piccoli dettagli fanno la differenza: è bastato continuare a mantenere la buona (e noiosa!) abitudine della sveglia la mattina presto e di sfruttare tutto il tempo a disposizione nel migliore modo possibile, soprattutto per lo studio, sebbene non abbia mai amato trascorrere il mio tempo fra i libri!

È ovvio che un’esperienza in cui puoi mettere a frutto tutto quello che hai imparato negli anni di studio è uno stimolo molto potente e questo ha sicuramente contribuito a mettermi fretta e concludere il mio percorso di studi alla prima occasione utile».

CPO in Erasmus a Tarragona: l’esperienza di Giacomo Giorgi

agosto 11, 2016

14001817_10210392204427857_2063780450_oLa meta Erasmus più ambita per gli universitari italiani? La Spagna: secondo fonte Eurostat, nel 2014-15 è stata scelta da ben 9000 studenti. Ma nella penisola iberica non ci sono solo Madrid, Granada, Valencia e Salamanca. Giacomo Giorgi, studente CPO al secondo anno di corso, ha scelto di frequentare per oltre sei mesi l’Università “Roviri e Virgili”di Tarragona, città catalana a circa 100 chilometri da Barcellona.

– Giacomo, avevi già provato a partecipare un bando Erasmus o hai provato per la prima volta durante il nostro corso di laurea in Comunicazione e Pubblicità per le Organizzazioni?

«Per me è stata la prima volta che provavo a partecipare. A dire la verità ritenevo proprio l’ultimo anno come quello più adatto: ritenevo utile e interessante avere la possibilità di vedere da una prospettiva diversa come si studiano le cose che ho fatto in 5 anni in Italia. Certo, ho anche pensato che l’Erasmus mi avrebbe rubato del tempo, ma poi proprio andando lì mi sono reso conto quanto e come questa fosse una opportunità imperdibile».

-Come era organizzata l’università a Tarragona?

«L’università si divide in un campus umanistico e uno scientifico: io nello specifico ho frequentato il dipartimento “Tecnologie della comunicazione” e ho passato tantissimo tempo nel laboratorio di produzione audiovisiva, un’aula a disposizione per i lavori di studio e per le ricerche individuali. L’università in questo senso è molto attraente e coinvolgente: si impara molto sia in termini teorici che professionali. I prof ti aiutano molto ma si aspettano tanto in cambio: assegnano delle consegne settimanali e si aspettano di vedere esempi pratici in classe».

-Quali corsi hai seguito in particolare?

«Ho inserito nel mio programma alcuni insegnamenti del master in comunicazione avanzata e crisis management, per il resto ho attinto da insegnamenti come creatività pubblicitaria e comunicazione di impresa. Crisis management è stata una materia molto interessante: a Tarragona si insiste molto su come gestire una crisi aziendale con la comunicazione, come realizzare una strategia, come monitorare la crisi e come intervenire sui social. Credo che a Tarragona lo facciano perché la città è famosa per le industrie chimiche, quindi i rischi, soprattutto quelli ambientali, sono elevatissimi».

-Tarragona ti ha fatto rimpiangere molto di non aver fatto l’Erasmus in una città più grande come Barcellona?

«Tarragona è una città molto più piccola, molto più chiusa e molto meno divertente rispetto a Barcellona. Mancano anche alcuni servizi, ma Tarragona è una città in cui cui si respira la vera cultura catalana. La cosa che più mi ha colpito è la festa Maior di Santa Tecla, dove le persone costruiscono dei castelli umani alti anche 20 metri. All’università è una festa molto sentita: c’è un gruppo di studenti che ogni giovedì si allena per realizzare questi castelli».

-Quali aspetti reputi come i più rilevanti di questa esperienza?

«Sicuramente la possibilità di aprire gli occhi verso orizzonti nuovi, la possibilità di star fuori e di incontrare persone di altre culture di cui prima non conoscevo nulla: ho incontrato molti sudamericani che fanno progetti di scambio, soprattutto brasiliani e messicani. Mi ha colpito molto il fatto che qui non si sentiva molto la sensazione di essere dentro una crisi economica al contrario di quello che avvertiamo invece ogni giorno nel nostro paese».

 

CPO in Erasmus a Madrid: l’esperienza di due studenti

luglio 28, 2016

madridcpoDa colleghi di Comunicazione e Pubblicità per le Organizzazioni a colleghi in Erasmus a Madrid alla Universidad Europea de Madrid. Fausto Scaglioni e Elena Battistini, studenti del secondo anno di corso, ci raccontano in questa “intervista doppia” la loro recente esperienza Erasmus nella capitale spagnola.

Perché scegliere di partire in Erasmus? E perché Madrid?

«La motivazione principale che mi ha spinto a partecipare al bando Erasmus è stata la mia inquieta voglia di sperimentare una esperienza nuova, forte e autonoma che mi avrebbe regalato il privilegio d’immergermi in un processo di formazione, sia accademica che extra-accademica. Ho scelto Madrid tra il ventaglio di mete disponibili (Madrid, Bruxelles, Albacete, Tarragona) per la fama di cui gode la città, la possibilità di frequentare gli insegnamenti presso la rinomata Università Europea e l’opportunità e di apprendere una lingua, quella spagnola, che mi ha sempre affascinato»  ci spiega Fausto.

«Quando ho raccontato ai miei amici di aver vinto questa occasione, in molti mi hanno detto che stavo facendo una scelta coraggiosa» – ci racconta invece Elena – «La scelta di partire proprio l’ultimo anno della specialistica è giustificata dal fatto che durante la triennale non ho avuto modo di fare questa esperienza: la voglia di fare l’Erasmus l’ho sempre avuta fin dal primo giorno in cui sono entrata in un’aula universitaria e non avrei perso per nulla al mondo questa opportunità. E poi a Madrid non potevo dire di no».

faustoscaglioniUna volta giunti all’università però avete scelto percorsi diversi.

«Io sono partito da qui con tanta voglia di imparare e ho approfittato della vasta disponibilità di strumenti e attrezzature per apprendere le teorie e le tecniche audiovisuali di comunicazione negli ambiti professionali di riferimento – ci confida Fausto. «Nella fattispecie, ho frequentato diversi insegnamenti in lingua spagnola:  Tecniche Audiovisuali, Direzione Cinematografica, Suono, e Disegno Del Suono e Ambientazione Musicale».

Diametralmente opposto l’approccio di Elena: «Mi sono lasciata consigliare dal mio coordinatore didattico spagnolo, il quale ha scelto per me materie utili per il mio piano di studi e semplici per chi non conosce bene la lingua. Durante i sei mesi ho seguito due corsi in inglese, Marketing di prodotto e di marca e Opinione Pubblica e altri due corsi in spagnolo: laboratorio creativo e strumenti creativi».

Ma l’Erasmus non è solo studio. Come avete vissuto questi sei mesi?

elenabattistini«La Spagna è un paese che amo da sempre e non ho fatto fatica a sentirmi presto a casa. Il modo in cui erano strutturate le lezioni mi hanno permesso di conoscere tanti colleghi che mi hanno guidato negli angoli più nascosti di Madrid. La comunicazione si può apprendere dai libri, ma la cultura spagnola la si può conoscere solo andando in giro per le strade delle città» – ci racconta Elena senza risparmiare il proprio entusiasmo. Mentre Fausto risponde così: «Se dovessi riassumere la mia esperienza in due righe, direi che il mio erasmus si è strutturato nella consapevolezza di sentirmi piccolo in una grande città ma con l’appetito di conoscere sempre qualcosa di nuovo: le persone, le loro abitudini, le discoteche, le tavole imbandite di cibi tipici dal mondo…».

Perché secondo voi quindi l’Erasmus è una esperienza unica?

«Secondo me – esordisce Fausto – l’Erasmus è una esperienza che non porti con te. È una esperienza che porti dentro di te. L’erasmus è come un albero che cresce, le cui radici sono gli ambienti relazionali che crei con le persone che incontri a volte con impegno, a volte con un po’ di fantasia, a volte per caso. E io credo di essere un po’ cambiato rispetto a come sono partito, incorporando dentro di me tanti pezzetti di esperienze molto diverse».

Anche Elena considera l’erasmus un importante momento di crescita personale:  «Per me l’erasmus è una delle poche esperienze che ti permettono davvero di cambiare prospettiva, diventare indipendenti e affrontare i problemi quotidiani in  maniera differente e da persona più matura. Questo non avviene solo tramite la scoperta di un differente sistema universitario, di un diverso stile di vita, ma anche di un diverso paese e di una diversa cultura. L’erasmus è stato per me un arricchimento, una sfida e un’avventura che sempre porterò nel mio cuore».


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